Che cosa significa oggi dover prendere esempio dalla Francia

10 AGO 20
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Al direttore - Parigi una città in guerra contro il terrorismo? Sì. Ma purtroppo solo a parole. Già perché se, in questi giorni, il sindaco socialista, Anne Hidalgo, appare sempre in prima fila accanto ai grandi del mondo, da quando è stata eletta nel marzo 2014, la sua maggioranza (Socialisti,Verdi e Comunisti) non ha perso occasione per opporsi a una serie di misure. Misure che avrebbero potuto almeno complicare la vita ai terroristi o sfavorire la creazione di no man’s land. Non se ne parla molto fuori dalla Francia, ma è fastidioso vedere la signora Hidalgo passare come simbolo di una città martire, conoscendo l’intransigenza ideologica della sua maggioranza rispetto a misure definite come restrittive delle libertà individuali o ghettizzanti. L’installazione di un numero maggiore di telecamere, collegate ai servizi di polizia, mostra chiaramente come si manifesti questa opposizione. A fine settembre di quest’anno, il consiglio di Parigi ha votato (grazie ai voti della destra del partito di Sarkozy, Les Républicains) l’installazione di 165 videocamere. Comunisti e Verdi hanno votato contro. Per capire l’inadeguatezza del numero di videocamere, basta ricordare le affermazioni di Natalie Kosciusko-Morizet – candidata di centro destra sconfitta alle municipali 2014 – durante la campagna elettorale. “Parigi conta solo mille telecamere – dichiarava nel novembre 2013 – ovvero una ogni 2000 abitanti” della capitale francese che conta due milioni di residenti. Nizza, città molto più piccola della Ville Lumière, contava (secondo un articolo di Nice-Matin del luglio 2014) circa novecento telecamere. Il conto è presto fatto. Ma perché le telecamere avrebbero potuto complicare la vita ai terroristi? Perché sia nel caso degli attentati contro Charlie Hebdo e l’Hyper Cacher dello scorso gennaio sia per quelli al Bataclan e ai ristoranti dell 11mo arrondissement, la presenza di telecamere avrebbe potuto permettere di ottenere più rapidamente delle informazioni sugli autori dei massacri, e sui loro spostamenti. A gennaio i fratelli Kouachi avevano massacrato la redazione del settimanale satirico, ammazzato un poliziotto per strada, per poi sparire dalla circolazione, fino ad essere ritrovati molte ore dopo nel piccolo abitato di Dammartin, dove sono stati neutralizzati. La scorsa settimana abbiamo appreso che dopo le stragi al Bataclan e nei ristoranti parigini, il presunto organizzatore degli attentati, Abdelhamid Abaaoud, è tranquillamente ritornato in quelle zone per “godersi lo spettacolo”. Questa informazione è stata ottenuta grazie al cellulare del terrorista che si è “agganciato” alle cellule delle aree colpite dove, peraltro, nel frattempo si trovavano molto imprudentemente le due massime cariche dello stato francese: il presidente Hollande e il premier Valls. In realtà Abaaoud, è stato “visto” anche da delle telecamere, ma non del comune di Parigi, bensì del metro, che il terrorista a preso (saltando per giunta i tornelli) per spostarsi indisturbato. Della maggioranza di sinistra alla guida del comune di Parigi, va anche ricordata la determinazione a creare dei micro ghetti che rispondono solo a esigenze ideologiche. In effetti il comune ha il diritto di esercitare una prelazione sulle vendite immobiliari in corso nel suo territorio. In pratica se un cittadino vuole vendere un appartamento a Parigi, dovrà attendere due mesi prima di concludere l’atto, per dare la possibilità al comune di sostituirsi eventualmente all’acquirente. In questo caso il comune creerà un’unità di edilizia popolare nel bel mezzo di un palazzo che di edilizia popolare non ha nulla. Fino a qui, niente da dire. Ufficialmente l’obiettivo di queste prelazioni è quello di allentare la tensione abitativa di una città densamente popolata, ma anche di assicurare la “mixité sociale”. Il problema è che tra i beneficiari delle casi popolari, non ci sono solo delle persone perbene. Spesso i media francesi trattano di “ribellioni” di abitanti onesti delle cosiddette cités (i quartieri popolari di periferia) alle gang di spacciatori e malviventi che seminano il terrore nei loro palazzi. Delle gang che spesso sono risultate una delle fonti di sostentamento economico dei terroristi. Il problema è che una volta ottenuto un’appartamento di edilizia popolare, un arsenale di leggi e regole nate per proteggere i più deboli, impediscono di fatto di espellere anche dei cittadini condannati o semplicemente morosi. Di fatto, attribuire a un appartamento uno statuto di “casa popolare” nel mezzo di un palazzo che non ha questa caratteristica, e assegnarlo ad un occupante dedito ad attività illecite significa: diffondere l’insicurezza, moltiplicare i problemi e far perdere valore all’immobile. Questo con buona pace dei proprietari che, nonostante le convinzioni di sinistra della maggioranza parigina, non sono sempre dei “ricchi” ma persone normali che vorrebbero solamente trarre profitto dai propri beni. Ecco perché, dietro all’emozione di facciata del sindaco di Parigi, non c’è stata finora la volontà di contribuire concretamente a lottare contro il terrorismo. Sarebbe bene ricordarselo anche in Italia quando si vuole “prendere esempio dalla Francia”.
Matteo Ghisalberti
La storia del sindaco di Parigi è emblematica e ma se c’è una certezza oggi è che in Francia, quantomeno, stanno capendo che per combattere il terrorismo non solo bisogna chiamare le cose con il loro nome, non solo bisogna usare la parola “guerra”, non solo bisogna usare l’aggettivo “islamico” accanto al sostantivo terrorismo ma soprattutto non c’è mezzo che possa essere escluso, per annientare il fondamentalismo islamico. E prendere esempio dalla Francia questo dovrebbe voler dire.